ANDAR PER MARCHE - CUPRAMONTANA E LA TRATTORIA "ANITA".

La Marca sconosciuta ha di che giovarsi quando a Settembre non si spegne come altri luoghi della regione (in primis la costa), ma continua a vivere, ed insieme a dare un significato a quelle serate autunnali, non più afose, non ancora gelide. I vigneti di Cupramontana con alle spalle il Monte San VicinoL'un l'altro, si susseguono le ricorrenze e le feste nei castelli di Jesi (e non solo), in occasione della vendemmia del nostro vino più famoso, il Verdicchio. Uno dei tre paesi riconosciuti come "capoluogo" di tal vino è Cupra. In realtà, sarebbe Cupramontana, ma solo i forestieri la chiamano così. Di fatto, il nome deriva da Cupra, dea della fertilità e dell'amore. Importante nel periodo Romano, fortificata nel Medioevo, quando era conosciuta come Massaccio, fece parte dei "castelli di Jesi". In realtà, nessuno sapeva che Massaccio (letteralmente "massa di accio") fosse il luogo dell'antica Cupramontana. Solo nel 1718 venne ritrovata una lapide recante alcuni indizi; ma si dovettero attendere altri 30 anni (1747) per averne la corretta lettura ed interpretazione. Così, recuperato un pezzo di storia, all'unità d'Italia, Massaccio si tornò a chiamare con l'antico nome romano.
Le verdi e placide colline della VallesinaDei tempi passati, incuriosisce l'episodio dei Fraticelli, setta "eretica" che trovò rifugio e protezione nel borgo fortificato, salvo poi essere massacrata a metà del Quattrocento, in tutto il circondario (oltre a Cupra, anche Maiolati, Poggio Cupro, Mergo). Fermandosi tra la quiete di queste colline, sembra quasi di rivivere quei momenti, prima così placidi, poi così terribili. Non è stata una terra fortunata né tranquilla, questa. Oltre ai conflitti religiosi, infatti, non mancarono quelli militari, culminati nel saccheggio di Sforza e Della Rovere, a metà del quattrocento, e di Napoleone, nel 1798.
Tuttavia, nonostante i lutti e le tragedie, questa è soprattutto terra di vino, e quindi, immancabilmente, di festa. Quella dell'Uva, a celebrare la vendemmia, il primo fine settimana di Ottobre. E' una delle sagre storiche più datate; venne reintrodotta dal 1928, negli anni in cui il Fascismo cercava di rafforzare ed esaltare le eccellenze del territorio, come veicolo di orgoglio nazionale. Fatto sta che ormai da 76 anni, Cupra letteralmente impazzisce in questi giorni. A volte, va detto, lo fa in maniera poco condivisibile: alcuni, col pretesto della Festa dell'Uva per una sbornia socialmente accettata, più che altro fanno danni. Capita, quando c'è di mezzo l'alcool. Senza indugiare in paternali, questo è segno di scarsa conoscenza, e quindi (o a causa) di scarso rispetto per il vino, simbolo della nostra terra e della nostra storia. Ad ogni modo, vale la pena di andarci, per godere del clamore, della musica, ballare e cantare tutti insieme, locali e forestieri.

I gestori della trattoria Anita. La proprietaria è la signora in fondoC'è un posto che, quando vado a Cupra, immancabilmente mi attira, ed è la trattoria Anita. Anita era il nome della mamma dell'attuale proprietaria, donna robusta, detta "la Moretta" dal colore bruno della carnagione. Ormai è un'icona per gli abitanti del borgo. Tra i vicoli, appena fuori dalla cinta muraria, si annuncia dall'odore dei sughi, belli saporiti, come esigono da queste parti. Ci sono due locali per mangiare: il primo, al piano terra, è un gioiellino, raccolto, piccolo e ben arredato. L'altro, beh, è quello più "popolare", ed è quello che a me piace di più. Non per l'arredamento, che anzi scarseggia. Ma perché si trova tutto lo spaccato della vita di paese, operai, il prete, l'imprenditore, il negoziante, gli scapoloni, le eterne giovani, due innamorati capitati di passaggio, in estate i figli degli emigrati. In un paese che conosco per esserci stato diverse volte, ma del quale non conosco personalmente gli abitanti, mi sembra comunque di trovarmi a casa. la cucina della trattoria, con una delle cuocheQuando poi la signora si avvicina al tavolo per le ordinazioni, mi sembra di stare da mia nonna, perché è tutto così dolce e familiare. Carne tutti i giorni, come è ovvio, tranne il venerdì: si rispetta l'usanza, e venerdì è giorno di pesce, quello fresco, preso dal pescivendolo che viene da Ancona. Quello bello, fossero sardoncini (a scottadito, ci mancherebbe, c'è anche il Verdicchio buono per innaffiarli), o frittura, o pesce arrosto (si chiama così, la "grigliata" la lasciamo agli intellettuali), dipende. E pasta fatta a mano, ovvio, coi sughi di campagna, papera, cinghiale, pollo: lì si va a gusti, a me piacciono molto le tagliatelle, ma c'è chi apprezza di più i ravioli o i cannelloni. Porzioni che incontrino le esigenze di chi fatica tutto il giorno, e cioè bei piattoni pieni, e belle bottiglie di buon Verdicchio (per quanto non l'eccellenza, va detto), che qui è più diffuso dell'acqua. Vi consiglio di andarci a pranzo, perché si apprezza meglio il fresco dei vicoli nel tepore del sole (o nell'afa, a seconda), e invita a sdraiarsi in qualche prato appena fuori paese. Sicuramente, a prescindere dall'ora, invita ad una passeggiata tra le mura, per capire, a stomaco pieno e più rilassati, cosa significa vivere da queste parti. E apprezzarle un pochettino di più.