ANDAR PER MARCHE: LA ROCCA DI OFFAGNA ED IL ROSSO CONERO DI MALACARI
La rocca di Offagna, intatta da quando fu
costruita, è un classico esempio di struttura militare che nel tempo diventa
luogo di meditazione, di divertimento, di relax in romantica compagnia. Posti
concepiti per difendersi, per combattere, per andare contro la vita, a tanti
anni di distanza si trasformano in angoli che riconciliano con l'esistenza
stessa. La Rocca di Offagna ha una
storia intricata,
fatta di giochi strategici tra
Ancona,
Osimo,
Castelfidardo, ma soprattutto tra
la Chiesa e gli Sforza. Classico esempio dei campanilismi che tanto nocquero (o
forse no) all'Italia, e che tuttora si ripresentano fra queste cittadine, in
forme diverse e spesso inaspettate.
Fatto sta che, a metà del Quattrocento, Papa
Nicolò V concede agli Anconetani la facoltà (e le risorse) per costruire una
Rocca che consentisse di controllare la nemica Osimo e la volubile Castelfidardo.
Ancona, dato il porto,
è strategicamente vitale;
Offagna completa il quadro dei castra eretti a protezione della città
dorica. Tuttavia, la Storia, di lì a poco, prenderà una piega che emarginerà il
Mediterraneo; la scoperta dell'America, infatti, segnerà la decadenza
dell'economia nel Mediterraneo, e principalmente nell'Adriatico. A quel punto,
Ancona perde molta della sua importanza; di conseguenza, la Rocca resterà, già
da metà Cinquecento, un puro simbolo di dominio, senza alcun valore effettivo,
con pochissime armi ed un comando simbolico.
Tralasciando le note tecnico-architettoniche della Rocca, il pregio di Offagna è soprattutto paesaggistico: entrando, i vicoli silenziosi ammaliano il visitatore, e lo spingono a perdersi tra le piccole botteghe del borgo. D'inverno, quando il clima inizia a farsi rigido (iniziamo a salire, infatti), l'odore dei fuochi accesi nelle case inebria l'aria del profumo di una volta, soffice tepore familiare. D'estate, il fresco del colle è decorato da un panorama imperdibile. La Rocca, adesso, è un museo, da visitare non tanto per i reperti (pochi e già visti), ma per la vista che si gode dalla cima della torre. Da lì, infatti, lo sguardo spazia dai Sibillini (se l'aria è limpida, si vede perfino il Gran Sasso) al Catria, al Colle San Bartolo di Pesaro. Le Marche sono racchiuse in un'occhiata. Piccole ma tanto belle, tanto dolci, tanto diverse da colle a colle, da vallata a vallata, tra la costa e l'interno, da porto a porto, dove il nome di un pesce cambia ogni venti chilometri. Ovvio che la vista può essere anche migliore d'inverno, perché l'aria è mediamente più limpida; il problema è il freddo, che non concede la possibilità di rilassarsi oltre il lecito di fronte ad uno spettacolo del genere. Un museo da visitare, invece, è il Luigi Paolucci, dedicato al naturalista Anconetano, che dedicò l'esistenza alla raccolta e l'analisi di flora e fauna del Conero. Vale la pena, quindi, di inserire Offagna ed il suo museo nell'ambito di un soggiorno al Conero, per imparare qualcosa di più su questa zona apparentemente turistica: sarà frequentato Sirolo, sarà commerciale Numana, sarà affollato Portonovo, ma i segreti che celano sono noti solo agli abitanti della zona.

Un'altra curiosità, che può affascinare il
turista
estivo, sono le
feste medievali, in svolgimento per la metà di luglio: il borgo si agghinda
secondo la sua antica vocazione, e per i vicoli si aggirano figuranti vestiti da
menestrelli, cavalieri, cartomanti ed altro ancora; un'iniziativa simpatica, da
abbinare alla gustosissima crescia
preparata ovunque nel paese.
E' la piadina di queste parti; una volta veniva prodotta
soprattutto durante la pista del maiale, per nutrire con poca spesa i "pistarelli"
(i norcini). Ovvio che, in un paese agricolo, la crescia
va mangiata "sa le foje", cioè con le verdure. Tanto importante, la
crescia, che la moneta locale (ed il
conio delle feste
medievali), si chiamava cresciolo. Per mangiarla, fuori dal periodo delle
feste medievali, si può andare al Cresciolo (elegante, ha una vista
invidiabile), Sotto la Rocca (si chiama così, e fa una pizza eccezionale), o da
Alocco (è un chilometro fuori dal paese, in direzione
San Biagio di Osimo, e fa
delle tagliatelle da commozione).
Da bere, ovviamente, c'è il
Rosso Conero. E c'è
Malacari che ne produce di
ottimo, sia nella versione base che nel Grigiano, dall'odore (per me)
accattivante. Già solo il vino varrebbe la visita, ed una consistente mangiata,
in questo incantevole borgo. Una particolarità: qui, il terreno non è
calcareo come alle falde del Monte Conero;
né arriva in abbondanza l'aria
salmastra che dà un certo tono al vino. Da queste parti c'è argilla, e meno
salinità. Perciò, il vino riesce leggermente diverso dal Rosso Conero classico.
Vale la pena di assaggiarlo. La possibilità di degustarlo a Villa Malacari,
rende la visita indimenticabile. Accolti da Alessandro Starrabba Malacari,
discendente di Andrea Malacari, patrizio anconetano che nel Seicento decise di
trasferirsi qui, producendo tutto quanto servisse al mantenimento della
proprietà. La dimora Malacari lascia di stucco; un magnifico giardino con una
corte seicentesca; le cantine, seminterrate, con i condotti dai quali una volta
veniva scaricato il vino dalla strada; la vista, su Osimo e sulla costa, da
sogno. Momenti magici, perdendosi nella vista di queste colline, davanti alle
torri osimane, ai monti sibillini, sorseggiando un bicchiere di Rosso Conero.