Dunque, questo qui dovrebbe essere il mio curriNculum. Se non ti interessa, ti sei sbagliato, ti stai annoiando, o altri (in)giustificabilissimi motivi, torna pure in home page.

Premetto che, non si fosse capito dal titolo, odio tale stucchevole prassi di stendere una lista di cose che so fare, che non so fare, chi sono, cosa sono e perché sono così.
Non credo che la voja de fadigà (termine tecnico che individua la voce skills, attitudini e motivazioni da più o meno 3.500 anni), possa inferirsi da un curriculum. Né che una patente europea del computer (o ECDL, ottenuta sborsando Euri 350 circa, tanto per esemplificare) identifichi univocamente le abilità cibernetico-multimediali di una persona (altro termine tecnico che designa la risorsa umana da una decina di mila anni).

By the way, dato che la catena di suggestioni attuale (come la chiama il mitico Jacopo Fo) prevede l'obbligatoria redazione del CV, mi sforzerò di seguito a produrne una.

Sono nato il 30 novembre del 1977, un anno niente male come situazione politica e sociale, tra Francesco Lorussopiombo di stragi, attentati e manifestazioni. Molta gente rivanga con nostalgia il '77, rispondo che non ho rimpianti per quell'anno lì, dato che ho fatto la cosa più importante della mia vita (fin quando non avrò un figlio). E non è stata neanche una cosa semplice, dato che per venti giorni sono stato in incubatrice, perché avevo avuto qualche problema nel piangere; dico io, ero venuto al mondo, iniziavo a vivere, c'erano un sacco di cose belle da fare, per quale diamine di motivo avrei dovuto piangere? Forse di commozione, ma tant'è, e subito mi hanno spedito all'ospedale dei bambini (il rinomatissimo ospedaletto, il Salesi di Ancona).

Tanto per avere un'idea di quanto sia in grado di sopportare tutto ciò che ha quattro mura e troppi schemi predefiniti e vincolanti, con gente petulante che ha la pretesa di "prendersi cura di me", ad anni due e mezza evado dall'asilo "Giuseppe Garibaldi" di Capodimonte, in Ancona, la mia città. Un piano perfetto, messo in atto dopo giorni e giorni di ispezione ad un muretto con una rete troppo bassa: lì avrei colpito, e così, un attimo di disattenzione delle "educatrici" e zac!, via verso la libertà. Conoscevo bene il tragitto verso casa, studiato a lungo quando mio nonno mi accompagnava a piedi. Non avrei avuto problemi, sebbene mio padre, legittimamente, non fosse d'accordo; come esco dall'asilo, scendo in strada e vedo la sua Lancia Beta blu che sta venendo a prendermi. Porca Vacca!, m'ero giocato la carta evasione quando non ce n'era bisogno. Ad ogni modo, quell'atto La città di Ancona in una cartolina degli anni Trentarisoluto convinse i miei a risparmiarmi quel postaccio. Così, l'anno dopo, andai finalmente al "Ferrante Aporti" del mio amato quartiere Archi, dove la maestra Luisa ci faceva fare un sacco di cose bulle, tipo pupazzi di carta pesta, costruzioni coi mattoni, partite a pallone, gare di ogni tipo. Lì sì che aveva un senso stare, e nessun motivo evadere; tanto più che la struttura era "a gabbia"...

A dieci anni mi sono trasferito a Palombina "Beach", sempre in Ancona. Non ero particolarmente entusiasta della scelta dei miei, che avrebbe comportato, per la mia infantilmente gretta visione, farla finita con i pomeriggi calcistici in piazzetta e con le capannette nel bosco di Capodimonte. Tuttavia, presto mi resi conto di avere torto, perché a Palombina non solo si giocava tutto il pomeriggio (e in un prato, non nel cemento), ma c'erano anche un'aria pulitissima, un silenzio armonioso e la spiaggia a due passi. Iniziavano le mitiche estati con quattro mesi di mare, uno spettacolo del quale godo tuttora. Non so quanti abbiano la possibilità, una volta finito di lavorare, di un tuffo rigenerante a cento metri da casa...

La spiaggia di Palombina al tramontoAgli Archi, comunque, i legami restavano, sia perché avevo entrambi i nonni, sia perché continuavo a frequentare il gruppo Scout (del quale ho fatto parte fino allo scorso anno), dato che un parroco come Don Eugenio è difficile da trovare. Inutile descriverlo: chi non lo conosce, spero abbia occasione di farlo.

Oltre allo scoutismo, l'altro grande interesse della mia adolescenza è il calcio. Ho provato a praticare del nuoto (un anno), basket (due), pallavolo (tre anni), ma nulla: quella sfera da prendere a calci mi ha sempre attratto da matti. C'è da dire che, dai sei agli undici anni, c'erano anche gli scacchi, che praticavo con buoni risultati (ero diventato campione italiano a Castel San Pietro Terme  nel 1986). Ma la difficoltà di trovare coetanei che giocassero al mio livello (a quell'età, non giochi "tanto per giocare"), mi fece disamorare di questo fantastico sport;La grinta di Antonio Conte, il Capitano invece, al contrario di ora, a pallone sotto casa ci giocavano tutti. Ho giocato dodici anni col G.S. Pescatori, la squadra del quartiere, sovvenzionata dai motopescherecci (anche quello della mia famiglia); centrocampista alla Paulo Sousa, anche e soprattutto nella velocità (sarebbe meglio dire lentezza), a suo tempo giocai contro Ambrosini, il piccolo fenomeno dell'Adriatico Pesaro (centravanti, all'epoca), e Pesaresi, lui invece una meteora, che però farebbe tanto comodo alla mia povera amata Ancona Calcio. Ho sempre ammirato i giocatori tecnici, ma ancor più quelli che si caricano le sorti della squadra sulle spalle. E data la mia incondizionata ammirazione per i vari Vialli, Baresi, Batistuta ai tempi della Fiorentina e Antonio-Conte-il-capitano, tempo dopo, su Internet, il mio nick diventerà capitanangi.

Passano gli anni delle elementari, le medie, il liceo scientifico (a Falconara Marittima), finché non arrivo all'Università. Forte del diploma con 60/60, decido di farlo valere in qualche posto a numero chiuso. Opto per Scienze della Comunicazione, a Bologna, che gode del gran battage giornalistico (a posteriori, ingiustificato) legato a Umberto Eco. Come seconda scelta c'è la LUISS, a Roma, feudo di Confindustria, giurisprudenza. Piccola digressione: LUISS è una sigla, che sta per Libera Università ecc. ecc., e si pronuncia così come si legge, senza francesismi. Non passo il test d'ingresso a Bologna, lo passo a Roma. Prendo casa, pago tasse e affitto, ed il primo giorno di lezione nel bunker della Nomentana mi giunge da Bologna un telegramma di avviso di errore nel test. Molto più affascinato dalla Dotta, fuggo dopo due giorni di lezione (e due!). Nonostante l'errore, l'Alma Mater Studiorum non mi ha mai riconosciuto alcun rimborso. Avrei dovuto capire sin da lì la scarsa serietà del corso di laurea. Non mi pento di averlo frequentato fino in fondo, perché le materie si sono rivelate molto più affini ai miei interessi, rispetto a giurisprudenza. Ma, quanto a professionalità di segreteria (penso che la Simona sia nella top ten dell'odiosità epidermica) e professori (non tutti, ci mancherebbe), meglio stendere un velo. Mi consolo vedendo che in molti altri posti è peggio...

Veduta di Bologna, la città in cui ho vissuto cinque anniCiò che ho appreso durante l'Università non mi è stato insegnato dai libri.
Ho imparato a cercarmi una casa, e a convivere con gente di diversa cultura.
Ho imparato che l'importante non è quanto studiare, ma come farlo.
Ho imparato a giostrarmi nell'intricato mondo delle tessere e le associazioni.
Ho imparato a conoscere, capire e parlare con tutti.
Ho imparato a farmi da mangiare, pulire, stirare e lavare da solo.
Ho imparato a muovermi in mezzo ai contratti di affitto.
Ho imparato ad aver a che fare con la burokràzia.

Negli stessi anni, ho cercato di capire qualcosa in più del mondo post-universitario: sei mesi all'Informagiovani di Ancona, dove ho sperimentato qualche idea che potrebbe andare benissimo ora per gli studenti fuori sede; un anno con 2torri.it, il primo e-magazine bolognese; qualche altro mese qua e là, come stewart congressuale, come promoter ed altre amenità. Una volta ho anche gonfiato i palloncini all'inaugurazione di un punto Conad, assistendo a scene dell'altro mondo. Un'altra, ho intervistato alcuni emigranti ad Eindhoven, durante Italia-Svezia, ai campionati europei di calcio del 2000.

Nell'agosto del 1999 sono Erasmus-student ad Amsterdam, città fantastica, un migliaio di chilometri più a Nord ed una trentina d'anni più avanti dell'Italia. Mi ero procurato questa occasione con le unghie e coi denti, scovando una borsa di studio a patto di fare un esame in Lingua e Letteratura Latina, poco a che vedere con comunicazione, salvo il fatto di appartenere alla stessa Facoltà. Pertanto, in extremis, mi aggiudico un anno di esami riconosciuti all'estero. A conti fatti, tra borsa di studio, abbondanza di lavori part-time, valore dell'esperienza, un anno di Erasmus mi costa la metà di Bologna; ma soprattutto, è la svolta in tutti gli ambiti:

La magnifica città di AmsterdamScopro che l'Italia non è il Paese più grande del mondo, e che all'estero ci prendono per il culo in tutti i campi meno che paesaggi, cibo, moda, arte. Trillano i primi "campanelli" per ciò che intendo fare dopo la laurea.
Scopro che esistono un sacco di persone eccezionali, e che per parlare con loro sul serio devo conoscere almeno l'inglese (che imparo alla grande).
Scopro che ci sono tante cose da poter fare nella vita, e che non è bello rinchiudersi nel proprio orticello.
Scopro che in certi momenti, sembra di levarsi il paraocchi.
Scopro che lavorare in Olanda è completamente diverso dal farlo in Italia, e che gli italiani, in quanto a voglia di lavorare, disponibilità e capacità sono ben considerati, se diretti, e tenuti alla larga, se direttori. Per la verità, avevo già lavorato come lavapiatti ad un ristorante cinese di Londra, a 17 anni, per due settimane, ma era il classico lavoro "di fatica", che diceva poco.
Scopro l'universo degli emigranti nel mondo, gente che ha un fortissimo senso di italianità, e che soffre nel vedere il proprio paese alla mercé dei feudatari di turno.
Scopro che l'Università, in certi luoghi, è una rampa di lancio per cose interessantissime, perché ti manda a convegni, conferenze, ti fa scrivere articoli, e ti paga (!!!) per questo.
La partenza per Amsterdam, all'aeroporto con Nucio, Mirco e MatteoScopro che in certi luoghi i professori non sono puntini delle stesse dimensioni di Vasco ai concerti, ma persone aperte al confronto, al dialogo, ad una birra al pub.
Scopro che l'Università anglosassone non è migliore della nostra in quanto più dura, bastarda e selettiva, ma solo più stimolante, serena e formativa. E soprattutto, se hai idee, ti ascolta.

Con l'Universiteit van Amsterdam, vado a tenere una conferenza a Seattle, ad un convegno dell'ISPP, il 4 luglio del 2000. Tema dell'intervento: i giornali sportivi italiani ed i loro articoli riguardanti il calcio nelle partite della nazionale. Due giorni dopo la disfatta dell'Italia agli Europei, a venti secondi dalla fine, fa quasi sorridere, visti i pezzi usciti quei giorni.

Di nuovo in Italia, la realtà è quella di sempre: università stantìa, lungaggini e altra robaccia. Penso: mi sbrigo, e me ne vado. Poi mi riabituo, finisco gli esami, e vado per la tesi. All'inizio, sono orientato sulle Relazioni Internazionali, dopo che Luciano Bozzo mi ha ipnotizzato nelle sue lezioni: mi studio ben bene x-mila pagine ed approfondimenti vari per nove mesi, ma arrivo all'esame cotto, ed un trenta e lode quasi annunciato diviene un "misero" ventinove. Non che abbia chissà quale media, ma la delusione, la stanchezza, la mancanza di prospettive dopo una tesi lunga e faticosa, mi inducono a pensare ad altro. Da qualche tempo, mi sto interessando al Web come luogo in cui operano un sacco di realtà fantastiche. Due mi affascinano profondamente: Alcatraz ed Esperya. L'idea è farci la tesi. Alcatraz non può ospitarmi, perciò mi limito ad un'intervista a Jacopo Fo (persona eccezionale e "fuori di testa", così come il padre). Esperya invece è disponibile, e mi propone un progetto micidiale. Mi fiondo lì, ma per via del cambio di direzione (Antonio Tombolini deve lasciare l'azienda), dopo due giorni sfuma tutto. Perciò, ripiego su di  una società di consulenza, il gruppo Mc di Ancona, per conto del quale analizzo i siti delle Pmi marchigiane. Imparo un sacco di cose, ivi compreso che forse la consulenza non fa per me. Per lo meno, secondo un certo approccio.

I parenti e una parte dei miei amiciIn due mesi scrivo la tesi e mi laureo. Non è un lavoro superficiale, ed ha comportato quattro mesi di lavoro sporco, tra telefonate, analisi, schede dei siti, visite alle aziende. E' però una tesi che, appena conclusa, per molti versi appare già superata. Come spesso nel Bel Paese, l'unico lettore sono io, e l'unica persona a darmi seriamente una mano è Antonio Tombolini, che non ha alcun diretto interesse a farlo. E' che le discussioni a tema Internet, a qualsiasi scopo, lo interessano, e non si tira indietro. Il 18 Novembre 2002, davanti ad una platea completamente disinteressata al mio lavoro ed ai miei discorsi, mi laureo in Comunicazione. Voto: 106, da 103 di partenza. Su sei punti disponibili me ne danno tre. La delusione è forte, perché sono sicuro di meritarmi di più. Quel giorno rimane il ricordo professionalmente più spiacevole.

Umanamente, invece, è uno dei più belli, perché viene un sacco di gente, facciamo un paio di feste, rivedo tutti i miei amici. Capisco che sono più importanti le persone (termine tecnico ricorrente) delle aziende, le istituzioni, le lauree e cose varie.

A questo punto, c'è da definire un dettaglio: cosa farò da grande. E qui mi fermo, perché non è più storia, ma cronaca. Avendo viaggiato abbastanza (sono stato in Russia, Spagna, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Germania, Olanda, Belgio, Austria, Usa, Canada, Portogallo e in tantissime parti d'Italia), mi rendo conto che le Marche sono veramente un posto coi fiocchi, ma sconosciuto e non valorizzato. Pertanto, beh... ciò che sto facendo lo trovi in questo sito.